Dispensa di Finanza Comportamentale

INTRODUZIONE
Fino ai primi Anni Duemila, gli assiomi della finanza classica erano ritenuti validi non solo per costruire in maniera efficiente un portafoglio finanziario, ma altresì per descrivere il comportamento da parte degli individui durante il processo di investimento.
Questi principi presuppongono alcune ipotesi. Tra le più significative sussistono l’ipotesi di razionalità nelle scelte, la massimizzazione del beneficio economico, l’avversione al rischio. Detto diversamente, i modelli classici prevedono che l’investitore adotti criteri oggettivi nel processo di allocazione dei risparmi, lo faccia valutando correttamente tutte le informazioni a sua disposizione generando una scelta che si riveli efficiente dal punto di vista economico: nessuno dunque dovrebbe farsi carico di rischi non correttamente remunerati dal mercato. La decisione finanziaria dovrebbe pertanto minimizzare il rischio, a parità di rendimento atteso, ovvero massimizzare quest’ultimo a parità di rischio. In estrema sintesi, sono queste le ipotesi adottate dalla Modern Portfolio Theory descritta da Harry Markowitz nel 1952 e nelle successive evoluzioni della stessa, che negli Anni Sessanta sono sfociate nel Capital Asset Pricing Model (CAPM) di cui William Sharpe è il più noto padre fondatore.
L’osservazione empirica di ciò che effettivamente accade nei mercati finanziari rivela, tuttavia, una realtà diversa. Spesso infatti le decisioni maturate ed i comportamenti adottati dagli individui dimostrano di essere distanti dai canoni di razionalità e di oggettività che la finanza classica descrive. Invero, di frequente è facile assistere a scelte che non solo non appaiono allineate ai suddetti principi, ma che addirittura sembrano (sono?) insensate, contraddittorie, apparentemente inspiegabili.

Allo stesso modo, più che dalla massimizzazione del profitto e dall’avversione al rischio, un’analisi lucida suggerisce che il processo di investimento è influenzato dal conseguimento di un utile psicologico, più che economico, e che i cassetti della memoria e le caratteristiche naturali con cui il nostro cervello prende decisioni non consentono una corretta e piena valutazione delle informazioni a disposizione.

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