LIBERI PROFESSIONISTI, LA PREVIDENZA INTEGRATIVA NON SI PUO’ PIU’ RIMANDARE: ECCO PERCHE’

Molto spesso il dibattito previdenziale è incentrato sul dissesto del principale ente pensionistico, l’INPS, e sulle inevitabili conseguenze in termini di prestazioni attese per tutti i lavoratori che ci versano i propri contributi.

Benché questo tema sia certamente importante, esistono altre categorie professionali parimenti interessate da profondi cambiamenti strutturali che, se possibile, disegnano scenari futuri ancora più cupi. Stiamo parlando dei liberi professionisti, il cui sistema di primo pilastro “impone” di attivarsi nella costruzione di una rendita integrativa: vediamo perché.

Cominciamo col dire che la previdenza obbligatoria di ogni professionista iscritto ad un Albo o ad un Ordine è regolata dalle relative Casse, enti autonomi privatizzati ciascuno dei quali dotato di un proprio Statuto.

Nonostante l’eterogeneità di situazioni, ci sono elementi comuni che negli ultimi anni hanno riguardato (quasi) tutti questi enti previdenziali.

Da un lato, la Riforma Fornero del 2011 ha previsto per le Casse la sostenibilità finanziaria su un orizzonte temporale di 50 anni, in luogo dei precedenti 30. Questa norma ha determinato la necessità di inasprire i requisiti previdenziali per i liberi professionisti iscritti alle relative Casse: da un lato l’età di pensionamento si è innalzata fino o addirittura oltre i 70 anni (ad esempio per i Notai), ma soprattutto le prestazioni attese verranno conteggiate in molti casi con il metodo contributivo puro o con il metodo misto. Di fatto, dunque, il metodo retributivo è oggi interamente applicato ad una parte residuale di liberi professionisti.

Il passaggio dalla logica retributiva alla logica contributiva, come noto, ha ripercussioni sensibili sull’entità dell’assegno atteso, rivista in notevole ribasso: le stime di alcune Casse arrivano ad ipotizzare tassi di sostituzione fino al 30/35% rispetto all’ultimo reddito da lavoro.

Dall’altro lato, se non bastasse, c’è un’altra questione fondamentale, ossia l’entità dei contributi soggettivi che i professionisti pagano alle Casse, sui quali si basa il calcolo della pensione futura. Infatti, mentre i lavoratori dipendenti versano contributi nella misura del 33% ed altri lavoratori autonomi (artigiani e commercianti) si aggirano attorno al 24%, le aliquote di computo dei liberi professionisti vanno – a seconda della Cassa di appartenenza – tra il 12% ed il 15%.

La questione, dunque, si pone in questi termini: quale prestazione ci si potrà mai garantire, versando contributi così bassi? Se anche partiamo da ipotesi favorevoli (ad esempio reddito stabile, rendimento costante 2% annuo, 40 anni di contributi versati e stessi tassi di conversione odierni), un professionista con un reddito di 100 mila euro ed una prestazione totalmente contributiva avrebbe diritto ad un tasso di sostituzione del 40%.

A fronte di questa situazione possiamo concludere registrando due possibili scenari: il professionista potrebbe aver accantonato un patrimonio sufficiente per mantenere inalterato il proprio tenore di vita, in tal caso buon per lui. Diversamente, se così non fosse, potremmo dire “Houston, we have a problem”.



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