I TASSI SALGONO, LE OBBLIGAZIONI SCENDONO, I RISPARMIATORI VENDONO: È DAVVERO LA SCELTA GIUSTA?

A livello globale, seppur con modalità e tempi diversi, gli stimoli monetari che le Banche Centrali hanno dispensato negli ultimi anni stanno venendo meno.

Questo è certamente un bene, perché significa (sempre con sfumature differenti) che l’economia ha ripreso forza e vigore. Tuttavia, questa uscita dal tunnel ha un prezzo da pagare, ovvio e naturale: il graduale aumento dei tassi, o anche la sola e ragionevole aspettativa che ciò possa avvenire, genera sofferenza sulle quotazioni del mercato obbligazionario.

C’è da aver timore di questo scenario? Sì, se affrontato con istinto, irrazionalità e paura. No, se si utilizzano regole e metodo. Vediamo di capire perché.

Facciamo un passo indietro.

Negli anni successivi alla Grande Crisi del 2008 abbiamo assistito a politiche monetarie espansive come mai in passato. Per supportare l’economia reale e porre le condizioni per una ripartenza, le banche centrali hanno portato i tassi su livelli minimi, financo negativi, anche attraverso l’acquisto diretto di titoli governativi sul mercato (il celebre Quantitative Easing).

A fronte di questo massiccio programma espansivo, la prima conseguenza è stata naturale ed immediata: le obbligazioni hanno tratto beneficio in termini di prezzo dalla riduzione dei tassi, regalando negli anni scorsi ai possessori performance insolite ed inattese per questo tipo di mercato.

In maniera altrettanto scontata, la fine degli incentivi monetari sta producendo una progressiva normalizzazione che, comunque, si accompagna ad un ribasso delle quotazioni dei bond.

Al proposito, ci sono almeno tre considerazioni importanti su cui ragionare.

La prima: il rischio tasso è tanto maggiore quanto maggiore è la durata finanziaria degli investimenti fatti (cosiddetta duration). Pertanto, il possesso di titoli a lunga e lunghissima scadenza, su cui spesso gli investitori si sono posizionati spinti dalla scarsa remunerazione dei titoli a breve, rappresenta un rischio notevole in uno scenario rialzista dei tassi, soprattutto se esiste la possibilità di dover utilizzare quelle somme anzitempo. La definizione ed il rispetto dell’orizzonte temporale rappresentano dunque un passaggio ancora più determinante.

La seconda: il mercato obbligazionario è molto eterogeneo. A fronte di bond con scarso appeal (su tutti, titoli governativi di emittenti solidi), le discese di prezzo su altri titoli di debito (mercati emergenti, obbligazioni high yield) possono creare ottime opportunità nel corretto orizzonte temporale. Per sfruttarle al meglio ottimizzando i risultati, diventa utile impostare una strategia di investimento frazionato, attraverso piani di accumulo.

La terza, ed ultima considerazione: attenzione al rischio specifico. Quanto detto sopra va attuato eliminando la tentazione di acquistare singoli emissioni, specialmente se per importi significativi in rapporto al proprio patrimonio. I tassi infatti possono crescere non solo per quanto deciso dalle Banche Centrali in una situazione di miglioramento macroeconomico, ma anche per l’aumentata percezione del rischio che il mercato stima su determinati emittenti. In casi estremi, tassi molto alti sono l’anticamera del default. Evitare di dipendere da questi fattori è la prima regola da adottare, per non incorrere in inutili pericoli.

In sintesi, dunque, è necessario prendere atto che la fase di rialzo dei tassi rappresenta una situazione congiunturale e non strutturale. Per affrontarla al meglio:

  • Diversificazione estrema
  • Piano di accumulo sui mercati più volatili
  • Pazienza e rispetto dell’orizzonte temporale

In questo modo, anche un mercato obbligazionario con tassi in rialzo può essere redditizio.



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