IL SOTTOCOSTO: AL SUPERMERCATO LO CERCHIAMO, IN BORSA LO EVITIAMO. IL CASO DEI BOND EMERGENTI

Gli studi di finanza comportamentale ci insegnano ormai da molti anni tutta l’incoerenza e l’irrazionalità di cui siamo capaci. Tra le tante trappole mentali che ci attanagliano, l’esperienza ci suggerisce di coniarne una nuova: il bias del sottocosto.

Mentre nella vita di ogni giorno cerchiamo con attenzione imperdibili offerte per comprare ciò che desideriamo a prezzi di favore, in Borsa facciamo l’esatto contrario: quando ci sono tutti gli ingredienti per fare shopping in saldo, temiamo ci sia la fregatura e ce ne allontaniamo. Un esempio molto attuale riguarda i bond emergenti, vediamo di capire perché.

Anzitutto, una prima considerazione: quando si ha a che fare con economie in via di sviluppo, è normale vivere periodiche fasi di assestamento in cui la volatilità alza la voce con maggiore persistenza e vigore rispetto a quanto avviene in economie più mature. L’ultima volta in cui abbiamo assistito a movimenti simili risale al 2013, quando la Federal Reserve annunciò l’uscita dalle misure di allentamento monetario. Allo stesso modo, da qualche tempo ci sono nuovi detonatori ad accendere la miccia del rischio; tra questi possiamo annoverare il rafforzamento del dollaro americano, che penalizza il debito in valuta contratto da molti di questi Paesi, e tensioni interne di vario tipo in alcuni di essi.

In generale, quando si investe, la lucidità è determinante: saper guardare ai fondamentali di un asset finanziario durante le fasi di più accentuata vulnerabilità rappresenta una virtù in grado di restituire grandi rendimenti. Pertanto, se ci soffermiamo sui fondamentali, quali considerazioni possiamo avanzare in merito alle obbligazioni emergenti?

Come noto, l’obbligazione è un prestito: chi intende concederlo, dunque, dovrebbe avere la ragionevole aspettativa che la controparte sarà solvibile alla scadenza del debito. Naturalmente questa certezza non esiste, tuttavia è possibile monitorare alcuni fattori che consentono di prendere decisioni più consapevoli. Uno di questi è rappresentato dal livello di indebitamento e dalla ricchezza che quel debitore produce: se guardiamo agli emittenti emergenti sovrani troviamo al contempo, in media, ritmi di crescita più alti e livelli di indebitamento più bassi rispetto a quanto riscontrabile in molte economie sviluppate.

A fronte di questa situazione, le riduzioni di prezzo sofferte negli ultimi mesi disegnano uno scenario quanto meno interessante: l’indice JPM sul debito emergente in valuta locale ha raggiunto un livello di rendimento a scadenza del 7%, con una durata finanziaria di circa 5 anni.

Inoltre, secondo un recente studio del Massachusetts Institute of Technology (MIT), il debito emergente è un asset che latita ancora troppo nei benchmark obbligazionari mondiali e che, al contrario, andrebbe maggiormente tenuto in considerazione. Secondo tale indagine, in un contesto globale di rialzo dei tassi, sarebbe opportuno che gli investitori detenessero un’allocazione compresa tra l’8% ed il 35% a seconda del profilo di rischio, in quanto la riduzione dei corsi obbligazionari dovuta al rischio tasso sarebbe ampiamente compensata dall’elevato flusso cedolare che i bond emergenti corrispondono.

Naturalmente, i fattori di rischio non mancano. È per questo che è indispensabile operare su questi mercati solo attraverso posizioni altamente diversificate. Non è mai eccessivo ricordare che la resilienza caratterizza mercati finanziari, i quali si muovono sempre per cicli confermando nel tempo il fenomeno di regressione verso la media, ma non i singoli titoli: evitare pertanto scommesse su specifici emittenti e valute è un imperativo imprescindibile.

Resilienza dei mercati e pazienza nell’aspettarla da parte di chi investe: è sufficiente questa consapevolezza per fare affari quando in tanti, al contrario, si fanno prendere dal panico e perdono soldi.



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