PENSIONE RETRIBUTIVA E PENSIONE CONTRIBUTIVA, TROVA LE DIFFERENZE

Carlo è un giovane impiegato di un’azienda della grande distribuzione.

Sente parlare spesso di quanto lontana e misera sarà la sua pensione, decide così di capirne di più e si rivolge a Marco, il suo consulente finanziario.

Carlo apprende che andrà in pensione con il metodo contributivo, un sistema che determina la prestazione sulla base dei contributi versati in tutti gli anni di lavoro; il padre di Carlo, Giovanni, è a riposo da diversi anni e può fare affidamento su una pensione retributiva, più generosa perché calcolata tenendo conto del reddito percepito negli ultimi anni di carriera, quando il reddito è solitamente più alto.

Ma come funziona esattamente? Marco prende carta e penna e spiega a Carlo la differenza tra i due metodi di calcolo della pensione.

La pensione retributiva di Giovanni viene calcolata partendo dal reddito medio degli ultimi anni di lavoro. Nello specifico, si tiene conto degli ultimi 5 anni per le anzianità contributive maturate fino al 31.12.1992 (cosiddetta quota A), degli ultimi 10 anni relativamente alle anzianità contributive maturate dal 01.01.1993 alla data di quiescenza.

Giovanni ha lavorato in totale 40 anni: 22 in “quota A”, con reddito medio di 26.000 euro, e 18 in “quota B”, con reddito medio di 30.000 euro.

Una volta appurato questo dato, lo si moltiplica per il numero di anni di lavoro e per una “aliquota di rendimento”, predefinita al 2%.

In numeri, la pensione di Giovanni è così calcolata:

Quota A: 22 x 26.000 x 2% = 11.440 euro

Quota B: 18 x 30.000 x 2% = 10.800 euro

Pensione totale = 22.240 euro

Se si rapporta la pensione al reddito medio ponderato (27.800 euro), si ottiene un tasso di sostituzione pari all’80%.

Dopo questi numeri, Marco spiega a Carlo come sarà calcolata la sua pensione contributiva.

La differenza sostanziale sta nel fatto che il montante finale, sulla base del quale verrà determinata la prestazione, è generato dai contributi che Carlo avrà versato in tutta la sua carriera.

Carlo capisce quindi che gli anni in cui ha guadagnato poco (o non ha lavorato affatto) contribuiranno ad avere meno ricchezza finale e, di conseguenza, meno pensione.

Marco spiega a Carlo che la stima della prestazione contributiva è più difficile, perché maggiori sono gli elementi di incertezza: servirebbe definire il reddito atteso ed il suo andamento nel tempo, il tasso di rendimento dei contributi versati (indicizzato al PIL italiano), gli anni di lavoro, il coefficiente di conversione con cui il montante finale verrà trasformato in rendita (destinato a scendere, se le aspettative di vita media continuassero a salire).

Con tutte queste variabili, Carlo si convince sempre di più che la questione pensionistica va affrontata e risolta. Chiede a Marco di simulare comunque quale potrebbe essere la pensione pubblica attesa, e scopre che – tenendo conto di alcuni parametri, tra cui gli anni di inizio carriera in cui il reddito era molto basso e discontinuo – il tasso di sostituzione non supererà il 60%. In altri termini, Carlo avrà come minimo il 20% in meno di pensione rispetto a quanto è spettato a suo padre Giovanni.

Carlo capisce che il problema non è più rimandabile ed apre subito un fondo pensione.

Carlo è intelligente.

Sii come Carlo.



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