IL RENDIMENTO GARANTITO E’ MORTO – PUNTATA 1

A partire dal 2008, il mondo finanziario ha intrapreso una rivoluzione che, lungi dall’ essersi conclusa, ha progressivamente sgretolato molte delle convinzioni che da sempre guidano i risparmiatori. Abbandonarle, tuttavia, rimane una missione molto complicata dal punto di vista psicologico: il cambiamento è, di per sé, un’azione che spesso il cervello attiva con parsimonia e difficoltà.

Tra tutte le forme di ancoraggio, una pare resistere ad ogni intemperia: troppe sono ancora le persone convinte che quando si investe sia possibile conseguire un rendimento garantito.

Per chi la pensa così, abbiamo una pessima notizia: il rendimento garantito è morto. I motivi sono molti, iniziamo a spiegarli in questa prima puntata sul tema. Ecco il primo.

L’attenzione di chi investe è sempre calamitata dal rendimento nominale. Specialmente nelle operazioni finanziarie più semplici, il tema dominante (talvolta, purtroppo, l’unico) rimane uno: il tasso. Il “quanto mi dai”. Ciò che davvero conta per chi investe dovrebbe essere, invece, il rendimento reale.

Matematicamente, dalla nota equazione di Fisher abbiamo che:

Rendimento reale = rendimento nominale – inflazione

Il rendimento nominale è il rendimento facciale, equivale al tasso eventualmente riconosciuto in alcune operazioni finanziarie (depositi, obbligazioni a tasso fisso, gestioni separate, eccetera). Questa remunerazione, tuttavia, non è ciò che l’investitore ottiene realmente: il suo potere d’acquisto dipende infatti anche da un altro parametro, l’inflazione. Se si ottengono elevati tassi nominali in presenza di sensibile aumento del costo di beni e servizi, il rendimento reale si riduce. Potrebbe azzerarsi, o peggio diventare negativo, depauperando chi detiene ricchezza.

Questo concetto, apparentemente semplice, è invero trascurato dalla maggior parte dei risparmiatori i quali – secondo diverse evidenze empiriche dimostrate dagli studi comportamentali – tendono a preferire rendimenti nominali positivi, seppur in presenza di inflazione ancor maggiore, piuttosto che rendimenti nominali nulli in assenza di inflazione.

Come dire: meglio prendere il 3% quando i prezzi aumentano del 4% (rendimento reale negativo), piuttosto che incassare nulla quando c’è stagnazione dei prezzi (rendimento reale pari a zero). Il che spiega perfettamente le nostalgiche affermazioni di molti italiani, i quali ricordano con inossidabile fierezza i “bei tempi in cui il BOT rendeva il 16%”, dimenticando un’inflazione vicina o talvolta addirittura superiore al 20%.

Quali considerazioni suggerisce il concetto appena illustrato?

Fondamentalmente, due.

La prima. Definire con chirurgica precisione le dinamiche inflattive di breve e medio termine è impossibile. Esse dipendono da una moltitudine di fattori mai perfettamente decifrabili ex ante. Pertanto, anche laddove vengano sottoscritte operazioni con remunerazione predefinita, il rendimento reale rimane una stima e non può mai essere certo.

La seconda, che discende dalla prima. Chi ha in programma di spendere i propri risparmi in tempi brevi non dovrebbe investire. Acquistare assets finanziari richiede tempo e pazienza, che se non rispettati trasformano l’investimento in scommessa.

Tuttavia, dovrebbe risultare ancor più evidente un altro aspetto: l’inflazione “vera” (tecnicamente, headline), seppur in continua evoluzione e mutamente, esiste. Pertanto, chi non spende i propri quattrini nel breve termine ha una delle poche certezze finanziarie assodate: se non li investe, è destinato a perdere soldi.

Forse non dal punto di vista nominale, ma dal punto di vista reale sì.

A chi detiene denaro in maniera tenacemente e religiosamente liquida, “per paura di borse e spread” e “perché non si sa mai”, andrebbe ripetuto come un mantra il seguente, intuitivo concetto: all’investimento non c’è alternativa, se vuoi mantenere almeno inalterato il tuo potere d’acquisto reale.

Quindi, fai il funerale al rendimento garantito e pensa ad investire. Ora.

 



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