IL RATING: COS’E’ E COSA DEVI SAPERE (SPECIALMENTE SE IL TUO PORTAFOGLIO E’ PIENO DI BTP)

In queste settimane si è tornati a parlare con frequenza, insistenza e financo timore del rischio Italia sui mercati finanziari. Tra gli indicatori più chiacchierati del momento c’è sicuramente il rating. Di cosa si tratta, esattamente? Quali sono gli impatti concreti per le nostre finanze personali? E quali comportamenti possiamo assumere per limitarne gli eventuali effetti dannosi?

Letteralmente, rating significa classificazione: si tratta di un metodo frequentemente utilizzato per valutare la solidità finanziaria e patrimoniale di un emittente, la sua capacità di rimborsare i creditori. In altri termini, il rating misura la probabilità che una società o uno Stato onori il suo debito.

Questa “classifica” è stilata da apposite agenzie sulla base di un’approfondita analisi dello stato di salute del soggetto giudicato: una sorta di anamnesi molto accurata, continua, al fine di sintetizzare in una pagella periodica lo stato di affidabilità del debitore.

Tale giudizio sintetico viene espresso con una sigla che nella maggior parte dei casi va dalla tripla A per le valutazioni eccellenti, alla D per gli emittenti in default. In mezzo ci sono naturalmente molti giudizi (“notch”) intermedi, che aiutano meglio a capire se l’emittente in questione è nelle parti alte della graduatoria o se, al contrario, si trova nelle retrovie.

Proprio su quest’ultimo punto è importante aver chiaro un aspetto: il rating di ciascun debitore rientra in due possibili macro categorie. Da un lato ci sono i giudizi cosiddetti “investment grade”: in tal caso il rating descrive una situazione finanziaria e patrimoniale molto buona o, nella peggiore delle ipotesi, sufficientemente affidabile. Più questa situazione si verifica, minori sono i rendimenti associati alle obbligazioni collocate da questi emittenti, in quanto il rischio associato è ridotto.

Tuttavia, a fronte di particolari e perduranti situazioni di incertezza e difficoltà, le agenzie possono sforbiciare il rating fino a renderlo “speculative grade”. Nella fattispecie, il debitore è considerato via via più pericolante e, di conseguenza, il mercato è disposto ad investirvi solo a fronte di rendimenti crescenti che compensino il rischio.

Dunque, riassumendo: più una controparte è virtuosa più migliora il suo rating, si riduce il rendimento offerto agli investitori e aumenta il prezzo dei titoli obbligazionari in circolazione; al contrario, il peggioramento del rating genera aumento dei rendimenti e ribasso del prezzo delle obbligazioni presenti sul mercato.

È pertanto evidente che le decisioni prese dalle agenzie di rating non possono essere trascurate ed hanno, anzi, importanti ripercussioni operative, potenzialmente molto dannose (se non correttamente contrastate) nel caso di un pesante deterioramento della situazione finanziaria e patrimoniale di un emittente.

Veniamo ora al caso specifico dell’Italia, così caldo in queste settimane.

Nei primi Anni Duemila le principali agenzie di rating (Moody’s, S&P, Fitch) valutavano l’Italia con un rating molto alto, quasi massimo (AA). Con il passare degli anni, soprattutto durante la crisi del debito sovrano del 2011, il giudizio è stato ripetutamente sforbiciato (“downgrade”) ed oggi si trova in corrispondenza del livello BBB, penultimo gradino della scala “investment grade”. Usando la metafora pallonara, 15 anni fa si lottava per un posto in Champions League, oggi si lotta per la salvezza.

Alla luce di questa situazione, è lecito domandarsi se la sicurezza che gli italiani hanno sempre cercato nei titoli di stato sia fondata o meno.

La risposta, a nostro avviso, è negativa: nessun investimento può considerarsi esente da rischio, nemmeno se governativo, e vieppiù se di un Paese i cui fondamentali si sono rapidamente ed inesorabilmente degradati nel corso del tempo. Si noti a tal proposito il grafico in calce, che evidenzia l’evoluzione di due aspetti fondamentali di ogni sistema economico: debito e crescita. Nel nostro caso, il primo è costantemente aumentato, mentre il PIL (principale indicatore sintetico di ricchezza) si è sempre mosso su livelli inferiori rispetto ai partner europei.

Un Paese (o un’azienda) che cresce poco e che si indebita sempre di più non può suscitare fiducia e solidità tra la platea di investitori. È quello che sta accadendo da tempo e che si sta accentuando negli ultimi tempi, con rendimenti dei titoli di stato italiani in aumento e tensioni che sfociano in maggiori oneri per lo Stato stesso (e quindi, in ultima istanza, per i contribuenti), costretto a pagare interessi crescenti per collocare le proprie obbligazioni.

In chiusura, dunque, un messaggio a tutti i risparmiatori che continuano a vedere BTP e dintorni come porto sicuro per la loro ricchezza: l’unica regole che vale sempre, noiosa ma imprescindibile, è quella della diversificazione e del buon senso. I denari vanno investiti dove c’è valore e rispettando gli orizzonti temporali corretti, abbandonando la convinzione che esistano certezze assolute ed immutabili.

La Grecia, il Venezuela, l’Argentina e la Turchia sono solo alcuni esempi recenti che dovrebbero ricordarcelo.



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